(bastava)

Una volta bastava l’odore degli incensi scovati nei mercatini, bastava un set di lenzuola comprate in un’asta su Ebay (bastava che fossero colorate, tondeggianti, bastava mettere un misurino in più dell’ammorbidente del discount, 1 euro e 50 la bottiglia, e l’odore restava il tempo che s’asciugassero sullo stendino in sala).

Una volta bastava il colore forte delle candele, praticamente cera pura con uno stoppino, bastava tenere spente le luci e mettere qualche candela in giro, sulla mensola all’ingresso, sul ripiano della cucina, per terra abbastanza lontano dal divano da non incendiarlo ma abbastanza vicino da striarlo di fiamme. Bastava il diffusore in finta ceramica, in effetti ne ho avuti diversi, alla fine crepavano tutti sul basamento dove si mette l’acqua con qualche goccia di olio essenziale. Crepavano perché dimenticavo di rimetterci proprio l’acqua e la fiamma della candela sotto invece continuava a bruciare la finta ceramica. Per qualche anno ne ho scovati di nuovi ogni volta che il diffusore in carica s’ammalava però aspettavo che la crepa si facesse profonda e l’acqua prendesse a gocciolare spegnendo la candela sotto: era quello il segnale, che la malattia era diventata incurabile e il diffusore non era più in grado di diffondere alcunché perché le essenze hanno bisogno di acqua e fuoco, esattamente come la vita.

Una volta bastava passare un intero pomeriggio al Carefour, coi suoi reparti infiniti, i suoi sconti infiniti, le marche nuove, i luccichii per due o dieci o cinquanta euro, le masse di corpi di ogni forma, sudati, a spingere carelli stracolmi in equilibrismi strani. E c’erano tutte le nazionalità, nei volti e nelle provenienze dei prodotti. Bastava entrare in questo infinito mercato coperto per chi di soldi ne aveva pochi ma non voleva rinunciare alle cose, o alla maggior parte di esse che fossero generi alimentari o altre diavolerie del tutto inutili (la tenda di quella certa dimensione che s’abbina col divano Ikea regalato dalla cugina dopo che la figlia ci ha vomitato sopra). Bastava l’eccitazione pre Carefour a farmi immaginare tutte le cose che avrebbero potuto scaldare le tre stanze spoglie in affitto che poi, di solito, annusavo, sfioravo ma non compravo: i piatti si scheggiavano dopo qualche settimana di lavaggi (è vero che sono maldestra, a un certo punto però mi sono persuasa che non poteva dipendere solo da come trattenevo le stoviglie mentre le strofinavo col sapone per piatti da 99 centesimi), gli asciugamani s’infeltrivano in un effetto del tutto imprevedibile essendo – in teoria – di cotone, il frullatore ha lavorato qualche mese poi si è intasato e non c’è stato più verso di rianimarlo. Una volta con qualche euro si sognava davvero (non necessariamente sogni per avere certe cose piuttosto per sentirsi più a proprio agio attraverso piccole cose più o meno comuni, più o meno necessarie), ma non erano gli anni ottanta, nemmeno i novanta: era il 2003, 2004 perfino nel 2005 e 2006, forse qualcosa è resistito fino al 2008, oltre non me la sento di sbilanciarmi, oltre son successe troppe cose, oltre ho scelto me rinunciando ai trabocchetti delle cose-fisse.

Una volta bastavano le mutande a vita bassa trovate per caso dall’ambulante del mercoledì, tre paia bianche che poi assorbivano i colori durante i lavaggi in lavatrice: bastavano a farmi fare pace con la parte alta delle mie cosce e la parte bassa della mia pancia. Bastavano perfino i reggiseni in saldo, che spesso non erano proprio della mia taglia ma erano nuovi, lisci, davano un tocco di novità al cassetto dove tengo l’intimo, il cassetto del comodino accanto alla parte del letto dove dormo io da sempre, da quando me ne sono andata per conto mio, poi con altri.

Una volta, ma questo era decisamente tanti anni fa, era il 1997, la vigilia di Natale, nevicava piano, andai al Grand’Emilia di Modena che era il trionfo dei colori più intensi possibili, dei suoni più dolci possibili, degli odori più rassicuranti possibili, e dei volti più diversi e frenetici possibili: una volta – quella volta – bastò la busta paga, un paio di firme, e me ne tornai a casa – in piena notte – con il primo computer di proprietà (tecnicamente ci ho messo 18 mesi a renderlo mio, saldando i debiti con il MediaWord), bastò però per darmi quella gioia semplice, quell’eccitazione limpida che nasconde tanti mondi e tante cose che nella mia testa già vedevo, già sentivo di poter fare. Una volta – quella – a 19 anni ho sentito pulsarmi l’eternità tra i polpastrelli. Con quell’oggetto la mia mente avrebbe potuto tutto. Tutto davvero. Poche altre volte, in seguito, mi sono sentita allo stesso modo, e ogni volta l’intensità dell’emozione si è sporcata, appesantita dal resto che intanto incombeva, come se l’energia, la forza immaginativa, l’eccitazione pulita del potenziale – lentamente, molto lentamente ma in progressione – si assottigliassero.

Una volta un bicchierino di Vodka mi dava l’impressione di reggere anche le cose forti (dure) attorno a me, non mi sono mai ubriacata, non ho mai sentito niente che mi facesse capire cos’è una sbronza né perché la si dovrebbe desiderare per dimenticare o smettere di essere. Una volta erano solo bicchieri di Vodka occasionali, non sempre così gradevoli da chiederne un secondo, altre volte sì, c’era anche un secondo ma non succedeva niente. Ora è sparita anche l’impressione. E continuo a non sentire niente.

Una volta mio figlio aveva pochi mesi e iniziò a tossire sdraiato nella carrozzina, eravamo io e lui in casa. Rimasi paralizzata, lo vedevo muovere tutto il corpo nello sforzo, lo sentivo rantolare, furono pochi secondi che mi rubarono mesi, poi mi son sentita dire: fai qualcosa! ( o l’ho pensato). L’ho preso in braccio, gli ho dato dei colpetti sulla schiena ma erano gesti casuali, non sapevo che fare davvero, non sapevo che succedeva, non capivo che – gli – succedeva. Dopo poco ha smesso di tossire, e si è messo a urlare come al solito, per la fame. Quella volta (e altre, isolate tra loro) sono stata certa di non poterlo aiutare ed è durata alcuni secondi, credo, di certo non molto di più. Poi è passata. Ora no, ora non passa più.

Una volta mi bastava dormire qualche ora di fila, ma questa è tutt’altra faccenda. O forse no.

Una volta m’irritavano quelli che iniziavano manfrine infinite con ‘una volta’ come se dovessero dire per forza robe lontanissime, magari pure finte o costruite tanto erano differenti le forme e gli odori che quel ‘una volta’ ci spennellava sopra. Una volta mi stavano sul cazzo quelli che andavano a ripescare nei propri ricordi per dimostrare come le cose cambiano, la vita è dura, le scelte sono un casino e la gente fa schifo. Una volta ero certa che non ci sarei cascata perché mi sembrava talmente teatrale, talmente ridicolo quel ‘una volta’ magari seguito da ‘quando ero piccolo’ o il terribile ‘quando ero giovane’. Una volta a sentir parlare del passato come fosse un altro mondo, mi sono sentita fortunata di non capire bene di che si parlava, di non poter recuperare odori, gusti e sapori perchè non c’ero io in quel passato e non riuscivo a ricostruirlo attraverso gli imbarazzanti ‘una volta’ che sentivo pronunciare. Avevo ragione sul ‘fortunata’, ma sbagliavo su tutto il resto e su molte altre cose, un po’ meno sulle persone, su certe persone, ma anche questa è forse un’altra faccenda.

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Foto di Barbara Gozzi© – ottobre 2011