collant color carne

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Una volta, era il duemilatre credo, litigai con mia sorella per una vecchia storia: quando ci trovammo in camera mortuaria con nostra madre praticamente imbalsamata, io mi agitai e dovetti uscire. Son rimasta fuori, a prendere la pioggia poi in Chiesa ho battuto i denti perché avevo dell’acqua dentro le scarpe nuove col tacco dieci (sobrie ma non troppo, discrete ma non da vecchia, scure che danno l’idea di rispettare la situazione ma in realtà si abbinano con tutto e vissero felici e contenti). Quella volta litigammo perchè secondo lei io mi agitavo troppo facilmente. Perché prendevo tutto troppo sul serio, mi disse. Me la sono presa, ovviamente, lei che ha appena quarant’anni non si deve permettere di giudicare me quando le fa comodo, checavolo. Poi la settimana scorsa l’ho vista al lavoro. Cioè. Si è trovata questo impegno con tre bambini che tiene dalle sedici alle venti, nel mentre che i genitori finiscono di lavorare, lei li va a prendere a scuola, li porta al parco se c’è bello o li fa giocare in casa, in realtà non so bene che combinano. Giovedì scorso però li ho visti perché son passata da casa sua e loro erano lì. Matteo, Giovanna e Sebastiano. Credo che si aggirino tutti attorno ai dieci-dodici anni. Sono alti e magri, tutti e tre. Giovanna ha questi capelli chiari cortissimi che subito non mi spiegavo come una signorina potesse fare a meno della piastra, le mollette e le ciocche da usare all’accorrenza (la seduzione ormai inizia prima dello sviluppo, non ci si può far trovare indietro in queste cose). Poi Sara mi ha detto, sottovoce: “Non la fissare che ha finito il mese scorso il terzo ciclo di chemio”. Ecco, già non sapevo che dire. Poi quello più secco (ma proprio secco, un arbusto), Sebastiano che ha poi un mento impressionante, deve avere senza dubbio problemi di masticazione, comunque mi si è avvicinato e per dirmi qualche parola ci son voluti cinque minuti. Problemi durante il parto, mi ha detto dopo Sara, “il suo cervello è rimasto senza ossigeno un pochetto”. Ok, stavo già per andarmene quando il terzo bambino si è messo a urlare come se lo stessimo scuoiando vivo. “Niente di che, fa così quando ha fame”. Ah. Certo. E’ solo perché ho quasi cinquantadue anni e non ho figli, è un deficit da carenze pratiche.

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Ma a chi la racconto? Ha ragione lei. L’agitazione non s’impara, ce l’hai dentro e ti divora quando vuole. Oppure ti ribelli e imponi quello che vuoi tu. A Sara prenderà il panico di sicuro, con quel terzetto di allegri bimbetti. Solo che poi se lo fa passare o non so. Io in realtà non so un cazzo di questo cose. Mi prendo sul serio da quando mia madre mi disse “sarai una sorellona speciale, una quasi mamma”, era già al quinto mese, Sara sarebbe nata quattro mesi dopo con una testa piena di capelli scuri che mi fece un’impressione orrenda. Io avevo l’età dei bimbetti di cui si occupa, o forse un anno in più ma sono finezze. E’ finita che a vent’anni la portavo a scuola, dagli amici, in palestra. A trenta mi son fatta le ronde fuori dalle discoteche, ascoltavo le conversazioni al telefono, controllavo i vestiti, annusavo le sue borse. Quando è morta la mamma non ho retto, è vero. Chi cazzo era quella specie di corpo plastico, gonfio e biancastro? Poi qui lo dico e qui lo nego: non era a mia madre che stavo dicendo addio. Stavo salutando la donna che mi ha insegnano le quattro o cinque cose che ancora so della vita. Non tutto. Ma nemmeno niente. Dopo, con Sara, non c’era storia: ogni cosa inesaspettata e mai del tutto accettata finisce per disturbare. Sara non era prevista, mia madre l’ha negato finché è stato più che evidente che sparito il padre, l’ennesimo compagno arrivato poi volatilizzatosi (che tra l’altro a me sembrava una gran bella persona, Giorgio si chiama, aveva montagne di calzini di seta appaiati), era più che evidente che lei di fare ancora la madre non ne aveva una gran voglia. Con me ci aveva provato, e già a sei anni io le avevo dato un pessimo… come si può dire? Feedback, ecco. Ma io ero un tipetto indipendente, non le permettevo di chiocciarmi e i suoi baci molli mi facevano schifo (quando mi metteva le mani nei capelli la graffiavo, non sopportavo di essere abbellita da lei, come una cosa da esibire). Con Sara era diverso, a lei le coccole piacevano moltissimo. Solo che si è beccata le mie, di carezze, e posso assicurare che più goffe e rigide non potevano essere.

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Comunque è vero. Io mi agito per qualunque cosa. Prima mi han chiamato per anticiparmi la consegna di un prospetto e mi son messa a sudare in quel modo acido che neanche il deodorante ventiquattr’ore dry effect può qualcosa. Son fatta così. Mi agito. Mi contorco. Mal sopporto le cose che mi sfuggono, le sorprese, e se ho l’impressione di essere un dilettante allo sbaraglio mi viene la stessa faccia di Corrado dietro al distinto signore che cantava facendo rumori con le mani tra le ascelle nude che erano poi delle finte scoregge ben riuscite. Io son quadrata, se mi piego è perché ci sto mettendo tutte le energie e appunto sudo, divento una tarantola, mi si spiritano gli occhi e sono intrattabile. Spesso sono intrattabile perché se vedo nero vuol dire che mi si è spenta la luce in testa e il buon umore se n’è andato altrove. Non sempre si può fare l’esercizio stupido di Pollyanna: avremo anche la vagina che è discreta, tenera e sorridente ma se ci girano i maxi coglioni tra la aorta e il cervelletto è comunque un casino. Anzi forse è peggio perché con tutte le finestre che il nostro sistema nervoso tiene aperte, ci entrano un sacco di rumori, odori, suoni e casini vari. Essere incazzata è il meno, il problema sta poi nel sopportarsi.

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A mia madre non piacevano tanto i bambini, io non ne ho. Sara ora sì, part time direi o in comodato temporaneo (dietro compenso certo, ma insomma), poi chissà. Certe volte le eliche della genetica non c’entrano. Siamo noi che ci aggrappiamo ai sapori che assorbiamo fino a diventarne una copia comunque storpiata, comunque diversa eppure quel vago aroma riusciamo a ricrearlo. Forse sono le madri che andrebbero soppresse. Andrebbe invertita la dinamica naturale: c’era quella specie di ragni, se non sbaglio, dopo l’accoppiamento la femmina uccideva il maschio, tanto non ne aveva più bisogno, ai piccoli ci pensava lei e amen. Allora magari si potrebbe fare che le madri partoriscono, si tengono i cuccioli sulla pancia poi basta. Però ci sono anche delle teorie secondo le quali già nella pancia si decide il nostro destino. Dentro l’utero materno. E allora niente, che posso dire? Quando mia madre è morta a me è venuta la broncopolmonite. Mia sorella aveva perfino i collant intonati con la sciarpa. Certe volte siamo solo strani, diciamo di capire e sapere poi invece sbagliamo tutto. A me non dispiacciono i bambini, solo che poi non li ho avuti né mi son trovata nella condizione di farli arrivare, per la verità. Mi agito pure a portare a spasso il bassotto della vicina (la Spinelli ha ottantatre anni, l’artrite e l’apparecchio acustico di quelli dell’Amplifon che se si dimentica del cane tanto lei non lo sente, noi inquilini sì, maledetta lei e la solitudine pre mortem), il cane comunque è anche una santa bestiola, lungo uno sputo, ma si eccita con niente, punta cose che non può addentrare e ha un’abilità tutta sua per far pipì sulla gente. Figuriamoci. Mi agitai quando scoprii che sari diventata una “sorellona speciale”. E guardate com’è finita.

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Forse i collant me li presta, quelli color carne che non ho mai capito dove cavolo li trova, sembrano fondotinta per gambe.

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Parts of a body - Foto di Barbara Gozzi©

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Parts of a body – Foto di Barbara Gozzi© – agosto 2012.