Si è fatto buio.

Il caffè è sporcato dal latte e dai due minuti dentro il microonde a temperatura media.
Il pomeriggio langue, lo schermo del televisore sputa volti che raccontano oscenità dell’intimità pubblica, il video del computer è pieno di icone e finestre lasciate sulla barra principale, in attesa come tutto il resto in casa.
Piove da tre giorni. L’umidità invade ogni cosa, ci ha messo più del previsto a tornare poi ha decretato la morte dell’autunno per vomitare direttamente un inverno anomalo, grigiastro, pesante.
La mattina è tutto difficile. Alzarsi, riappropriarsi del corpo rattrappito dal sonno, lei dorme sempre raggomitolata, si gira solo quando le fa male un fianco poi l’altro, così tutta la notte. Il pavimento in sala è pieno di incrostazioni, in cucina lo sporco si è aggrappato al tappeto quadrato con la stampa di un’enorme lingua rossa ormai d’un rosa pallido ininfluente come lo è tutto il resto della casa: il tempo che scorre, le cose che s’accumulano, la merda che si sedimenta tra piastrelle, fornelli, e ogni possibile piaga delle stanze. La polvere si fa bozzoli. Suona il telefono, al terzo squillo a vuoto parte la segreteria: l’offerta imperdibile è valida per altre dodici ore. Sorride davanti allo schermo del computer. E’ il settimo messaggio in una settimana, sette proposte imperdibili, sette offerte solo per lei, sette occasioni per avere gratis qualcosa che non si può permettere. Sorridere è il minimo, già quello che ha è troppo, le cresce davanti agli occhi senza che lei possa farci alcunché, è faticoso perfino spostare i giornali dal tavolo. Fogli e fogli sparsi che cambiano posizione da soli, se cadono lo decide l’aria che filtra dalla finestra.
Il cellulare sul tavolo, sotto i quotidiani vecchi, vibra. Sa chi è, non si alza. Marco le succhia la punta delle dita dei piedi. C’è freddo in casa ma lei non sopporta le calze e Marco se ne approfitta, succhiare cose lo rassicura, non importa la posa che assume, scomposto tra le gambe della scrivania improvvisata assemblando assi di legno da recupero. Marco succhia adattandosi al pavimento, le labbra attaccate alla pelle spessa, un fianco e una spalla sul pavimento Aveva sedici anni quando lo allontanarono dal liceo per disturbi della personalità. Ora che ne ha più del doppio si disturba solo di giorno perché la notte lavora dentro i codici web, fa certe magie che lei non ha mai capito, ha certi clienti che lei ha sempre sospettato gli commissionassero lavori poco legali e gli si trasforma il corpo, che è quello d’un uomo di un metro e ottanta, che mangia poco e male ma conserva ancora la pelle morbida, alcuni muscoli interessanti e un volto pieno di ammaccature e spigoli. Di notte, con le dita e il volto dentro i circuiti, l’anima nel web, il suo corpo si apre come un fiore pronto a mostrarne il cuore pulsante: il suo corpo si fa fremito, tensione, odora di sensualità. Lei sbircia sotto la finta scrivania, se gli dice qualcosa finiscono a fare sesso, lei lo sa, è praticamente uno schema. Ma sono passate appena le quindici, fuori il grigio è ancora biancastro, il giorno è nel pieno del suo volo, non è il momento giusto. E i momenti, come i posti, se non sono giusti poi presentano conti troppo alti. Gli lascia succhiare il mignolo, si concentra su alcune mail che non può continuare a ignorare: l’amministratore del condominio le ricorda che ci sono già quattro rate attretate, sua madre chiede idee per i regali di natale, la Marzia le manda una foto direttamente dalla sala parto, il sito di scarpe le segnala le ultime offerte vip (tutto a venti euro, spedizione inclusa, bonus per ordini oltre i cinquanta euro, in omaggio una tovaglietta viola brillante per la colazione). Lui smette l’attività consolatoria, si sgranchisce i muscoli rialzandosi prima di infilarsi nel piccolo bagno.
Simona entra in sala sbadigliando, saluta raggiungendo l’angolo cottura e si versa il caffè rimasto nella moka. Fra un’ora deve essere in centro per la lezione di pianoforte pagata dalla nonna. Parte per tempo però, col motorino ci vogliono venti minuti e lei detesta arrivare in ritardo, il maestro la guarda con quella faccia tonda che sembra condannarla all’ergastolo ogni volta. Simona farà la concertista, lo dice da quando la nonna l’hanno messa a Villa Emma, quattro anni fa a dicembre poi è venuta a stare con la cugina, un dispetto ai suoi vecchi ma soprattutto tanta libertà per sé. Simona ha un debole per Marco, un paio di volte ci ha anche provato. Lui si scosta in silenzio, ha i suoi tempi e non gradisce le intrusioni nel suo mondo. Per questo abita lì, perché lei che in teoria paga l’affitto lo lascia stare e ogni tanto la può toccare. Si sono conosciuti in un bar, lui occupava lo stesso tavolino, ogni giorno lo stesso angolo accanto alla porta ‘only staff’ che porta al magazzino. Stava seduto intere giornate, a lavorare ai suoi codici. Lei gli ha sorriso, è finita che si son presi un caffè assieme. Così si sono conosciuti. Il barista l’ha ringraziata quando se l’è portato a casa. Il barista è il fratello minore di Marco.
L’affitto di questa casa è intestato a lei, non in teoria, ma da quando fa la freelance e la chiamano in pochi mentre a lui le cose vanno benone, le fa trovare qualche banconota da cento sotto la tazza della colazione e con quelle lei ci paga quello che può, il resto finisce rinviato poi dimenticato. C’è un cassetto, l’ultimo, tra il forno e il frigo, destinato alle cose da pagare. Lei lo apre, ci infila buste e fogli vari poi torna a richiuderlo fino alla prossima volta. La mail dell’amministratore però inizia ad avere toni irritati vagamente minacciosi. Risponde promettendo. Resetta premendo il tasto invio.

Simona si chiude alle spalle la blindata cigolante, incappucciata come nevicasse.
Marco legge sdraiato sul pavimento, sotto la testa un cuscino sfilacciato rubato dal divano nero.
Lei si fa una doccia, prima si è depilata le gambe, l’inguine e le ascelle, servizio completo.
Il telefono suona ancora. Due volte lo stesso giorno. Non è un’offerta.

“Qui è il pronto soccorso del Piccolini, la signorina Simona Zaccuri ha avuto un incidente, abbiamo trovato questo numero tra gli effetti personali. Appena sentite questo messaggio chiamate il 123 456 789 oppure venite direttamente al pronto soccorso, entrata numero due, chiedete di Mara”. Click.

Uscendo dalla doccia s’asciuga i capelli a testa in giù, dieci minuti di silenzio con il ronzio del phon tra le orecchie. Quando rientra in sala ha ancora l’accappatoio, Marco si è addormetato per terra, il libro di statistica rovesciato sul petto. Il grigio fuori si sta inscurendo, le torna in mente d’improvviso il messaggio arrivato prima. Con la sinistra rovista sotto i giornali, il legno del tavolo è ruvido, qualche goccia di cera a variarne la superficie. Mi chiami? Legge sul display. Ci pensa alcuni secondi, sente il beep della segreteria in camera, qualcuno ha lasciato un messaggio. Sospira. Non ha voglia di niente. Di lui sì, ma non della sua voce lontana. Altro beep. Marco borbotta nel sonno. Lei lo guarda, volto da uomo con espressione serena, aliena. Controlla la moka, Simona l’ha ripulita per bene. Il cellulare vibra di nuovo sul lavello: ti chiamo? Ci pensa altri secondi, guarda le parole, immagina cosa dire, non le viene in mente niente, potrebbe ascoltarlo e basta ma non è sicura di farcela senza sentire il naso che pizzica, gli occhi che si gonfiano.
Spegne il cellulare sfilandosi l’accappatoio che appoggia sulla spalliera del divano nero.
Stacca la spina del telefono fisso, il corpo nudo fa cigolare il materasso, i seni assecondano il movimento.
La luce rossa della segreteria si spegne. Il plaid odora ancora di mare mentre se lo stringe contro la pelle calda.
Si è fatto buio.

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Foto di Barbara Gozzi©