[La vita di Eluana Englaro è nota e rintracciabile con facilità, la storia di seguito è nata in un periodo in cui il 'fine vita' e l'assenza di una precisa legislazione in Italia erano al centro del mio lavoro. Immaginarmi in stato vegetativo tutt'ora mi è insopportabile perché so che le mie volontà faticherebbero a essere rispettate e ancora - ogni volta che ci ripenso - lo trovo inaccettabile. Poco importa se il morire e la morte non sono argomenti di cui 'dire' per una certa 'italianitudine', perché prima o poi ci tocca, anche se i progressi della scienza e delle tecnologie allungano ogni anno la 'finestra' tra il crollo dell'anima e il definitivo black out del corpo-contenitore. Barbara Gozzi]
C’è una macchinetta in fondo al corridoio.
Mentre aspetta un caffè lungo prova a fare una chiamata, controlla il display, c’è abbastanza campo. Nessuna risposta. Sbuffa, storce la bocca. Riprova. Occupato. Fanculo, bisbiglia mentre estrae il bicchiere scottandosi i polpastrelli. Sorseggia senza staccarsi dal cellulare. Ha bisogno di parlare con qualcuno, di sparare qualche stronzata, di usare la voce, staccare la spina, seguire una scia, una qualunque. Dovrebbe tornare a casa, in quella dove vive da qualche mese, in un edificio recente, ben tenuto, zona residenziale di provincia. In quella casa di cui abita appena due stanze, tre considerando il bagno. In quella casa che lo ha reso libero. Marco ha mandato a fanculo tutti, da poco ma lo ha fatto. Fanculo suo padre, fanculo il lavoro in quella merda di fabbrica a respirare polvere, fanculo tutti quei doveri che lo assillavano. Fanculo i soldi. Che già da un pezzo non sa più cosa sono, da quando lo hanno estromesso dal giro, e per cosa poi?, aveva solo rivenduto alcuni articoli senza dire niente.
Giusto qualche autoradio, un paio di tv al plasma, degli iphone, poca roba comunque. Solo che con quelli non si può sgarrare, sono dei bastardi rottinculo. Riprova a telefonare. Andiamo Sara, andiamo, cazzo stai facendo? Stringe il cellulare tra la spalla e l’orecchio mentre digita il codice di un altro caffè, stavolta col ginseng. Squilla. Risponde. Parla alcuni minuti. Sono fuori, pensavo che, magari, no non li ho sentiti, ma se vuoi, ok, capito, sì capito, va-bene, cia-o. Riaggancia buttando il terzo bicchiere di plastica nel contenitore accanto alla macchinetta. Una donna occhialuta, dalla pancia enorme e i seni sproporzionati, gli lancia occhiate sospettose mentre con la schiena ricurva infila delle monete, non deve essere facile piegarsi con tutta quella carne addosso. Marco risponde allo sguardo, ha voglia di ringhiare, se ne va. Più tardi proverà a chiamare Lorenzo, quel nulla-facente se ne va in giro a presentare dei libri del cazzo, lo ha sentito dire da sua madre. Tanto vale beccarlo finché resta nei paraggi. Uscendo, l’aria gelida gli arrossa il naso. Gli viene in mente che doveva passare in centro dalle nonne a portare delle casse d’acqua rimaste nel baule della sua macchina. Ma non ne ha voglia. Ha freddo, deve ancora accendere il riscaldamento a casa. Non ha voglia di tornarci, a casa. Cammina ripensando a Gabriele. Non si aspettava di rivederlo. Sapeva che si era trasferito da suo padre, o da qualcun’altro, non ricorda esattamente, ma poi chi se ne frega di cos’ha fatto. Non ha voglia di pensare, di preoccuparsi di tutta quella merda addosso. Si volta, fissa l’ingresso della Casa di Cura. Quella sì che è una roba seria, pensa, altro che i soldi e le puttanate che vanno dicendo i suoi, lì non c’è nessuno da comandare, non c’è ubbidienza, rispetto o regole. È già tutto deciso. Si accende una canna dietro un albero dai rami rattrappiti. C’è poca gente in giro e nessuno fa caso a nessuno. Passano a testa bassa, stringono ombrelli e borse della spesa. Ma non vedono altro che l’ingresso o il parcheggio, entrare e uscire, tutto ciò che interessa è in due movimenti, il terzo neanche lo si considera, è automatico: respirare. Assapora lentamente la miscela, il buon vecchio Toro non ne sbaglia una, per qualche decina di euro può ancora garantire qualche blando intorpidimento, non c’è mercato per quella roba ormai, ma è l’unica che può permettersi.
Non prova niente mentre fissa le pareti scure, ha il corpo impermeabile, leggero e pesante, rigido e insensibile.
Non lo spaventa quel posto, prima o poi tocca a tutti. Sospira.
Lo spaventa il non capire.
[Estratto dal racconto lungo 'Pelle', parte del progetto 'Attorno al corpo di Eluana Englaro', terzo movimento, cap.X. Il progetto è diventato performance, rappresentato a Bruxelles e Bologna nel 2010]
La fotografia originale è stata scattata a Bologna, gennaio 2012.
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Marco ha vent’anni. Marco non ha ancora deciso cosa farsene della sua vita, ma per quella di sua sorella qualche idea ce l’avrebbe. Marco è un cazzone. Lo pensano in molti, e lui lo sa. Ma di quel corpo immobile non riesce a fregarsene.
Barbara Gozzi, 24 marzo 2010
[...] Cap.X del racconto ‘Pelle’ [...]