di Barbara Gozzi
Si appoggia al davanzale della finestra aperta, con le mani stringe una tazza minuscola, due dita di caffè nerissimo a fare l’occhiolino al cielo graffiato d’acqua.
Fissa il giardino. L’ultima volta che l’ha fatto era sempre inverno.
Un anno prima, correva l’anniversario. Quando a Federico era venuto in mente di andare a quella partita di Champions giocata fuori casa, fino a Milano era dovuto andare. L’ha salutato dalla finestra del bagno, fissando la piccola sagoma che rideva e rispondeva con entrambe le mani alzate. Andava alla stazione. Quasi tre ore di treno. Dalla finestra del bagno, in quell’appartamento che avevano preso assieme al terzo piano, le era sembrato troppo allegro, troppo eccitato perfino troppo bello mentre si allontavana con lo zaino in spalla. Solo che poi non era più tornato.
Tre anni prima, quando correva il secondo anniversario, quelli delle ferrovie l’hanno chiamata. Signora, le hanno detto prima al telefono poi di persona, se volesse intervenire alla cerimonia, sarebbe di grande importanza per la comunità. La Cerimonia (con la maiuscola ovviamente trattandosi di evento pubblico di stampo politico e zampata sindacalista) non era altro che una mezza buffonata per attirare giornalisti e telecamere. Quelli delle ferrovie avevano ‘sistemato’ la tratta. Esattamente così hanno detto. Si-ste-ma-to. Da uno a due binari. Semafori tutti sostituiti. Organico ampliato anche nei posti di controllo interno. Personale addestrato e qualificato. Paroloni che le hanno rimbombato in testa per i cinquanta minuti scarsi in cui si è trattuta alla Cerimonia. Ha guardato i binari. Ha sentito gli odori dei corpi in movimento frenetico attorno a lei mischiati al cemento, ha abbassato i volumi dei toni ad avvelenaria l’aria.
Si appoggia al davanzale e assapora il caffè, a fior di labbra, lentamente. Il giardino è pieno di erbacce selvatiche, spento. E’ appena un triangolo, ha pensato quando l’ha visto la prima volta, da sola, nessuno farà caso a com’è. Nel nuovo quartiere sono tutti ficcanaso, come alla palazzina dove stava prima, con lui, solo che lì c’è più spazio per isolarsi, ignorare sguardi, movimenti, brusii. Mai una lamentela per quel fazzoletto mozzo in un angolo che assiste impassibile a nascita e morte di creature verdi indistinguibili, tra zolle dure e qualche raro lombrico lungo.
Cinque anni prima, hanno suonato alla porta. Ricorda l’esatta sequenza di ogni micro azione compiuta dalle ventidue e quaranta alle ventitre e dodici. Erano le ventidue e quaranta quando ha sentito suonare il campanello e lo sa perché stava guardando la televisione che all’epoca aveva in bella vista, nel mobile sotto, il display di un vecchio video-registratore regalato da non ricorda chi. Si è alzata. Il cuore a rullare. Stringeva il telecomando nero nella mano destra, le si era artigliato tra le pieghe della carne. Lo ha posato nell’atrio, sul mobiletto che di solito era stipato di oggetti inutili, regali brutti, quella volta no, aveva pulito casa tutto il giorno. Ha chiesto ‘chi è’ rimanendo davanti alla porta d’ingresso, neanche ha pensato ad avvicinarsi alla maniglia, tendersi per aprire. L’ha detto ad alta voce ma con un’inflessione tremula, una sorta di click nella gola. C’era un silenzio improvviso, oltre la notte, oltre la palazzina sonnecchiante, era il silenzio della morte. Solo che ancora non lo sapeva. Tempo alcuni minuti. Dei quali ricorda ogni azione ma non se le ripete mai, in testa. Quando ci ripensa si ferma a quel fotogramma, al suono della sua voce che dice ‘Chi è?’. Poi niente. Lì si blocca il nastro.
Il caffè fa schifo, è amaro e torbido. Ma è ancora bollente. Diana se lo rigira tra lingua e palato. Il giardino è il suo luogo. Quello della memoria. Non c’è nessuno che possa capirlo meglio di lei. Nemmeno gli altri, i sopravvissuti all’incidente ferroviario del duemilacinque. Uno dei tanti, peraltro. Ogni volta che succede di nuovo, in altri luoghi, tra altri volti, le viene addosso un formicolio uniforme. Tutto il suo corpo si trasforma in gelatina infilzata da forchette appuntite e impietose. L’altro giorno è successo in Belgio. Succede sempre nello stesso modo. I treni si incastrano tra loro. Gli addetti si confondono. Velocità, condizioni meteo e usura delle infrastrutture aggiungono crepe alle sequenze. La gente muore.
Ora stringe la tazzina, la copre con entrambe le mani fredde come la tazzina, fredde come l’aria.
Avrebbe dovuto esserci anche lei, su quel treno. Avrebbe potuto. Ma delle partite di calcio non glien’è mai fregato nulla. Era impossibile corromperla nelle cose che non voleva fare. Certe testardaggini si pagano care. O salvano la vita. Come sempre, è una questione di angolazioni.
Diana si siede per terra, sotto la finestra. Fra pochi minuti dovrà uscire, la aspetta il notaio con la sua barba folta, gli occhietti piccoli e strabici. La aspetta davanti alla fotocopiatrice. Copie Diana, tre di questo, sei di questo e due dell’ultimo. Il pomeriggio va così. Fotocopia fascicoli.
Resta accucciata, le arrivano lingue fresche sul collo. Chiude gli occhi. Cinque anni sono un tempo ragionevole per dimenticare, si dice e non è nemmeno la prima volta che ci prova, a convincersi. Cinque o due o tredici non fanno differenza. Il problema è che della morte non ci si libera per usucapione, non se la prende qualcun’altro così, per volontà divina o compassione improvvisa.
Suona la sveglia del cellulare. La vibrazione le massaggia un fianco.
Si rialza appoggiandosi al muro giallastro.
Chiude la finestra.
Posa la tazzina nel lavello straripante di piatti sporchi.
Controlla che il gas sia ben chiuso.
Sei anni prima, a quell’ora, lo poteva ancora chiamare. Cheffai? A che ora ci vediamo? No che non mi va quel film lì, fa pena. Cose così. Poteva pensarlo di ossa e muscoli, sentirne il profumo, programmare incazzature e sorprese. Poteva perfino concedersi il lusso di non pensarlo. Ora non più.
Copie, Diana. Proceda alle copie.

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(recupero da splinder, prima pubblicazione 17 febbraio 2010)
Ogni tanto mi torna in mente QUESTO incidente ferroviario che ho sfiorato per davvero, semplicemente presi un treno precedente quello che si scontrò nella tratta Bologna-Verona il 7 gennaio 2005. Ovviamente nello stralcio sopra ci sono rielaborazioni anche geografiche di fantasia.
Mentre è recentissimo (del 15, lunedì, se non sbaglio) quest’altro incidente ferroviario vicino a Bruxelles.
Certe volte mi torna in mente. Sono passati cinque anni.Bg
17-02-10Le fotografie sono state scattate alla stazione di Forlì, 2011