Le aspettative dello storytelling come Capitan Harlock

Le aspettative dello storytelling: Capitan Harlock

Le aspettative dello storytelling: Capitan Harlock

L’origine

Ogni storia ha un’origine, così come ogni storytelling poggia su macro-tematiche collettive note.

Illustrato da Leiji Matsumoto, il manga ‘Capitan Harlock’ è passato poi tra le capacità creative di Akita Shoten dal 1977 al 1979 che lo ha reso un progetto seriale. Il Italia si è atteso fino al 2001, per la pubblicazione grazie alla Panini Comics. La serie tv delle anime, invece, diretta da Rintaro e dalla Toei Animation è stata trasmessa in Giappone dal 1978 al 1979, in Italia la trasmise per prima Rai 2 dal 1979, poi venne replicata per oltre vent’anni da televisioni nazionali e non. Matsumoto ha continuato a collaborare a numerose opere derivate, compreso il film d’animazione del 2013.

Le aspettative

Le “previsioni ragionevolmente realistiche” fanno parte dell’indole dell’essere umano. Tendiamo ad assistere alla nascita e alla morte di molte aspettative personali ogni giorno.

Nello storytelling sono proprio le storie – la loro ossatura, i personaggi e tutti gli altri elementi fondamentali – a scatenare immaginazioni e suggestioni verso la formazione di aspettative.
Ci aspettiamo che relazioni, risoluzioni, chiarimenti, morti, rinascite, e colpi di scena abbiano una specifica traiettoria, quella che la storia ha solleticato in ognuno di noi.

Il problema delle aspettative, però, è che sono un’arma a doppio taglio, soprattutto per gli autori e gli sviluppatori di storie già note a cui si cerca di dare ‘nuova vita’. Lo storytelling, poi, poggia in continuazione su dinamiche che si ripetono (quanti Brand hanno scelto il concetto base della ‘grande famiglia felice, abbastanza perfetta in quanto serena e allegra, dove tutti stanno bene? Diversi. Ognuno cercando una propria angolazione per sostenere e richiamare i propri prodotti e servizi), nelle ripetizioni però è necessario individuare quegli interruttori che attirano e colpiscono, piuttosto che quanto già noto e prevedibile.

Anche lo storytelling dunque può incastrarsi nelle aspettative, rischiando di scostarsi troppo da ciò che il pubblico, il target della pubblicità, gli utenti dei canali social, i commentatori sul sito, gli spettatori (più o meno consapevolmente) si aspettano.

Capitan Harlock

A inizio 2014 anche nelle sale cinematografiche italiane è stato proiettato il film d’animazione dai noti manga ‘Capitan Harlock’.

Sin dal trailer del film – gestito dalla diretta voce di quello che lo spettatore si aspetta essere il protagonista indiscusso – le aspettative non possono che essere incentrate proprio su di lui: Harlock.

“Io sono Capitan Harlock, ed è giunto il momento per tutta l’umanità di rialzare la testa, il momento di riprenderci ciò che è nostro.”

Ovviamente la storia è più complessa di quanto non possa alludere il trailer, perfino più delle originali trame di fine anni Settanta. Il problema principale, a mio avviso, sta nel fatto che entrando nella trama del film d’animazione – tra vecchi e nuovi personaggi, parti di plot interamente sviluppate per il film senza alcuna aderenza col manga originale – proprio quel protagonista a cui è intitolato anche il film, si perde. Manca in alcune di quelle ‘promesse’ che lo stesso trailer alimenta.

Storytelling per comunicazione e marketing

Cos’ha a che fare un film con i piani di comunicazione e marketing?
In realtà molto, soprattutto rispetto alle gestioni dei contenuti e le dinamiche in grado di colpire lo spettatore (che diventa poi nel marketing il potenziale cliente, o l’utente follower online).
Se nulla di veramente s’inventa o si crea: le storie su cui poggiano campagne, racconti ed evocazioni attorno a prodotti e servizi non possono trascurare le aspettative.

Tra lo storytelling e la buona riuscita di un piano di comunicazione o di marketing c’è indiscutibilmente la più grande e imprevedibile variabile: il fattore umano.
Così le aspettative non possono essere previste del tutto, ma di certo fanno la differenza le esperienze di decenni di strategie, applicazioni più o meno pratiche ed evidenti di storie per finalità promozionali quanto per coinvolgere e far associare un prodotto (un Brand, un’azienda, una nuova linea) a aromi e immaginari specifici (familiari, rassicuranti, desiderabili, accattivanti, da possedere a tutti i costi).

Cosa fare, insomma, per evitare di deludere le aspettative dei potenziali clienti?
Ragionare su un piano di comunicazione e/o marketing con uno storytelling il più possibile analizzato, capito, testato e considerato nelle sue angolazioni più ampie, valutando le modalità in cui le storie sono proposte al cliente e prevedendo così aspettative, attese e immaginazioni. Sembra complesso? Lo è infatti, lo storytelling non andrebbe mai sottovalutato, siamo immersi ogni giorno in storie, quelle che ci restano addosso, quelle che si fanno ricordare hanno avuto la capacità di entrare nel ‘nostro’ quotidiano facendosi largo tra il resto per accendere le scintille necessarie a essere considerate ‘speciali’. 

Se con alcuni strumenti di marketing digitale e comunicazione online è tutt’ora molto forte l’impressione di poterli gestire in autonomia specialmente presenze social, blog, contenuti per i siti aziendali… nel caso dello storytelling i problemi, le implicazioni e gli usi sono ancora più articolati e complessi. In ambito comunicativo e di marketing, per funzionare lo storytelling necessità di professionisti in grado di ascoltare il Brand, e affiancare l’azienda nel lungo processo di costruzione e diffusione.

Capitan Harlock Saga

 

Cosa non ha funzionato nel film Capitan Harlock?

  • L’intreccio tra i due fratelli e l’amata, la nuova evoluzione nel plot, occupa troppo spazio. In particolare il fratello ‘cattivo’ non subendo alcuna evoluzione se non proprio sul finale, tende a rafforzarsi più come avatar che come vero e proprio personaggio, appiattendo un po’ la gamma emozionale attesa.
  • Harlock, sviluppato in modo decisamente più cupo e solitario rispetto al manga originale, è però anche fin troppo rassegnato e chiuso in un silenzio che in alcune scene chiave tende un po’ troppo all’immobilità, all’accettazione di situazioni come fossero inviolabili (quando la base di tutta la trama è la possibilità di riprendersi la propria libertà).
  • L’inevitabiltà del corso degli eventi e il bisogno di una figura di riferimento (in Capitan Harlock per sostenere l’ideale della libertà) non sono rafforzativi della narrazione, piuttosto sul finale tendono a sminuire il personaggio di Harlock stesso che, in un certo senso, di fatto abdica al proprio ruolo lasciando una sorta di ‘eredità’ alle nuove generazioni.

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