Intendo evitarmelo – A very short story

Intendo evitarmelo – A very short story

Ania ha questi capelli color oro, morbidi sempre. Li teneva sciolti da ragazzina, le chiome lunghe le ricadevano ovunque, a lei non importava. Era così bella, me ne stavo ore a fissarla mentre curava i suoi fiori nei vasi, ogni davanzale, ogni finestra aveva una pianta, un fiore, qualcosa che respirasse e avesse clorofilla, colori e odori. Nel 1983 le ho chiesto se le andava di uscire cone me, era aprile me lo ricordo per via della Pasqua e perché c’era l’odore inconfondibile del pollo per tutta la cucina della nonna. Ania non ha sorriso, nemmeno s’è crucciata. Ha finto di non sentire e io ho finto di non aver mai detto niente. Son tornato alle osservazioni silenziose, da bravo cugino quale dovevo essere, non che me ne rendessi conto, facevo ciò che si aspettavano tutti perché mi veniva naturale, non ci pensavo granché, agivo seguendo le istruzioni ricevute da mia madre e dalla nonna. Non ero un bravo ragazzo, sia chiaro, bevevo troppo e mi masturbavo quando sapevo che in salotto c’erano tutti. Ma ho finto di non averle mai detto niente perché in fondo poteva anche essere vero. Meglio di un rifiuto, credo di aver pensato questo all’epoca. Quando la sono andata a recuperare all’aeroporto, ieri notte, aveva i capelli più chiari di come li ricordavo, e così corti da sembrare caduti per una malattia anziché tagliati da un costosissimo parrucchiere. Ania è sempre bella, non c’è altro modo per dire di lei. Profuma di buono dalla prima volta che l’ho annusata quand’eravamo bambini. Solo che adesso ha quasi quarant’anni, ha due figli sotto i dieci anni,...
Cap.X di ‘Pelle’

Cap.X di ‘Pelle’

[La vita di Eluana Englaro è nota e rintracciabile con facilità, la storia di seguito è nata in un periodo in cui il ‘fine vita’ e l’assenza di una precisa legislazione in Italia erano al centro del mio lavoro. Immaginarmi in stato vegetativo tutt’ora mi è insopportabile perché so che le mie volontà faticherebbero a essere rispettate e ancora – ogni volta che ci ripenso – lo trovo inaccettabile. Poco importa se il morire e la morte non sono argomenti di cui ‘dire’ per una certa ‘italianitudine’, perché prima o poi ci tocca, anche se i progressi della scienza e delle tecnologie allungano ogni anno la ‘finestra’ tra il crollo dell’anima e il definitivo black out del corpo-contenitore. Barbara Gozzi] Cap.X – Pelle C’è una macchinetta in fondo al corridoio. Mentre aspetta un caffè lungo prova a fare una chiamata, controlla il display, c’è abbastanza campo. Nessuna risposta. Sbuffa, storce la bocca. Riprova. Occupato. Fanculo, bisbiglia mentre estrae il bicchiere scottandosi i polpastrelli. Sorseggia senza staccarsi dal cellulare. Ha bisogno di parlare con qualcuno, di sparare qualche stronzata, di usare la voce, staccare la spina, seguire una scia, una qualunque. Dovrebbe tornare a casa, in quella dove vive da qualche mese, in un edificio recente, ben tenuto, zona residenziale di provincia. In quella casa di cui abita appena due stanze, tre considerando il bagno. In quella casa che lo ha reso libero. Marco ha mandato a fanculo tutti, da poco ma lo ha fatto. Fanculo suo padre, fanculo il lavoro in quella merda di fabbrica a respirare polvere, fanculo tutti quei doveri che lo assillavano. Fanculo i soldi. Che...
Copie, Diana

Copie, Diana

di Barbara Gozzi Si appoggia al davanzale della finestra aperta, con le mani stringe una tazza minuscola, due dita di caffè nerissimo a fare l’occhiolino al cielo graffiato d’acqua. Fissa il giardino. L’ultima volta che l’ha fatto era sempre inverno. Un anno prima, correva l’anniversario. Quando a Federico era venuto in mente di andare a quella partita di Champions giocata fuori casa, fino a Milano era dovuto andare. L’ha salutato dalla finestra del bagno, fissando la piccola sagoma che rideva e rispondeva con entrambe le mani alzate. Andava alla stazione. Quasi tre ore di treno. Dalla finestra del bagno, in quell’appartamento che avevano preso assieme al terzo piano, le era sembrato troppo allegro, troppo eccitato perfino troppo bello mentre si allontavana con lo zaino in spalla. Solo che poi non era più tornato. Tre anni prima, quando correva il secondo anniversario, quelli delle ferrovie l’hanno chiamata. Signora, le hanno detto prima al telefono poi di persona, se volesse intervenire alla cerimonia, sarebbe di grande importanza per la comunità. La Cerimonia (con la maiuscola ovviamente trattandosi di evento pubblico di stampo politico e zampata sindacalista) non era altro che una mezza buffonata per attirare giornalisti e telecamere. Quelli delle ferrovie avevano ‘sistemato’ la tratta. Esattamente così hanno detto. Si-ste-ma-to. Da uno a due binari. Semafori tutti sostituiti. Organico ampliato anche nei posti di controllo interno. Personale addestrato e qualificato. Paroloni che le hanno rimbombato in testa per i cinquanta minuti scarsi in cui si è trattuta alla Cerimonia. Ha guardato i binari. Ha sentito gli odori dei corpi in movimento frenetico attorno a lei mischiati al cemento, ha abbassato i volumi...
“Ecco, buon fine 2011” [a story]

“Ecco, buon fine 2011” [a story]

Quella che segue è una storia abortita, nata morta perché non la racconterò coi modi e i tempi che meriterebbe, è il sogno di una storia che qui racconto in quel dormiveglia che precede il risveglio completo. Ah, non m’interessano le mode, ho usato le parole ‘aborto’, ‘fine’, ‘morta’ e ‘sogno’ perchè è esattamente quello che è, il sensazionalismo lo lascio a chi ha pubblico, platea e abilità per farselo roteare davanti agli occhi senza diventare cieco. Io ho già i miei acciacchi. Bg – 31 dicembre 2011 Era l’anno dell’Iphone di quarta generazione, dell’Ipad, l’anno delle connessioni ovunque, dei brusii e le litigate col ‘mute’, ogni giorno saltavano fuori vecchie battaglie vomitate e mai digerite che qualche disperato si prendeva in spalla e ci credeva il tempo di qualche minuto (considerando il tempo di connessione dal telefono, poi il pranzo, altra connessione, poi le spese o il lavoro o il cane che doveva fare pipì…). Comunque quel fine anno si disse degli aborti osteggiati dagli obiettori sempre più numerosi e agguerriti tra Sud e Nord Italia (e le bocche tornarono a riempirsi col ‘diritto-alla-vita’ e la ‘presa-di-coscienza’), si disse delle donne uccise da chi amavano (o dicevano di amarle, o dovevano amarle, o avevano detto di amarle o così insomma). Urla, strepitii, maledizioni via web, qualche scarmuccia, ognuno dentro il proprio orticello fatto di connessione wifi, telefono e pc, sms, mails, fotocamere integrate da qualche parte e tempo da usare sulle tastiere più o meno ergonomiche e nascoste (tempo molto vario, anche sulla tazza del water si può spendere tempo a pigiare tasti, per esempio). Era il fine...